7.3.17

3.8.16

Ne resterà soltanto uno

Caro @NicolaHiguain chi ti scrive è un tifoso del Napoli che vive a Torino, quindi posso offrirti due punti di vista diversi sulla questione che ha "infiammato" Napoli e i suoi tifosi. Leggevo le tue ultime dichiarazioni e sono andato a rileggermi anche quelle vecchie. Io prima di essere un tifoso del Napoli, sono uno sportivo e questo lo dico perché voglio scriverti in maniera obiettiva sul trasferimento che MAI noi avremmo voluto vedere. Leggo che sostanzialmente abbiamo gli Higuain da una parte e Delaurentis dall'altra. Premesso che purtroppo Delaurentis una clausola rescissoria non ce l'ha e quindi sappiamo che nessuna società può prenderselo e portarselo via, ci tenevo a raccontarti il punto di vista di quei tifosi che riescono a non essere isterici, scaricando offese e maledizioni sui calciatori che decidono di fare altre scelte. Ti avevo scritto tempo fa quando tu avevi detto che la squadra non si era rinforzata. Nè a gennaio e purtroppo nemmeno oggi (3 agosto). A gennaio abbiamo avuto una possibilità incredibile di poter arrivare primi a maggio ma purtroppo sono stati comprati solo due giocatori e che tra parentesi nemmeno hanno mai giocato. 1 a zero per te. Anzi facciamo 2 a 0. Non so cosa sia passato nella mente e nel portafogli del Presidente, ma posso dirti cosa sia passato nella mia: sconforto e delusione. Perché avevamo la possibilità di vincere ma qualcuno non ha avuto il coraggio di crederci. Sicuramente non noi tifosi. Oggi purtroppo, anche grazie alla vostra scelta, non abbiamo ancora capito se siamo più deboli o meno. Ad ogni modo sembra sia tutta colpa del Presidente. Anche del terremoto che qualche giorno fa c’è stato proprio a Torino. Prendiamo questa cosa per buona. 
Sai, per chi non è nato a Napoli, è difficile comprendere il nostro concetto di calcio e di passione. Noi abbiamo la fortuna di essere nati in uno dei posti più belli e ricchi di storia del mondo ma al tempo stesso abbiamo la sfortuna di essere nati in un posto privo di possibilità e quelle poche che ci sono spesso non le cogliamo. Noi nasciamo con la consapevolezza che per "vincere" qualcosa (nella vita di tutti i giorni), siamo spesso costretti ad andare via, spesso in dei posti che di sicuro non ci amano. Ma restiamo legati alle nostre radici, squadra compresa. Avrai forse capito in questi pochi anni ( o troppi anni, vedi tu), di permanenza a Napoli che la squadra per noi non ha solo una valenza sportiva ma è molto di più. Non voglio chiamarlo riscatto perché sinceramente non mi sento inferiore rispetto a nessuno ma sai vincere contro i forti, sconfiggere il dio danaro e giocarsela contro un sistema abituato a vincere sempre (ricordo anche tue dichiarazioni in merito, che da oggi ricorda che NON potrai più fare), diciamo che è una bella, unica, grande soddisfazione. Tuo fratello, da quello che ho capito io ma non ci vuole un genio a farlo, un giorno (o una notte), ha visto che va bene l'amore, va bene la passione, va bene la città, va bene la passione dei tifosi, va bene l'aspetto economico MA restando azzurro non avrebbe vinto nulla. E lo ha dato come cosa certa. E non si sarebbe vinto nulla (secondo lui e immagino secondo te), perché alla guida della nostra squadra c'era un signore che prometteva e poi non manteneva. Caro NH, devi sapere che di quel signore è piena la nostra storia. A tutti i livelli. È sempre venuta gente (e lo fa ancora oggi), che parla, parla e parla e poi alla fine non fa nulla. Noi siamo immuni da tutto questo, abbiamo sviluppato degli anticorpi che nemmeno puoi immaginare. Il nostro dispiacere (e credo che questo a voi Higuain non possa non fare piacere perché significa che il popolo vi amava forse anche oltre la ragione), ha diversi punti di lettura. Il primo è che uno che ami d'un tratto non crede più in quella storia e senza dire nulla fugge via. Secondo, che fugge proprio con l'ultima persona con la quale te lo saresti immaginato. Terzo, quella stessa persona che mesi prima tu hai criticato per la sua arroganza. Quattro, la scelta di non lasciare nemmeno un messaggio sul comodino ma anzi di farsi vivo abbracciato all'altro, mostrando le cose ormai a fatto compiuto. La vostra scelta è umana: perché combattere un nemico invincibile quando puoi unirti a lui? Questa è una possibilità che noi tifosi ad esempio non contempliamo nel nostro dizionario delle possibilità. Anche noi non abbiamo una clausola e nessuno mai ci potrà comprare e portare altrove. E per fortuna, aggiungo. Ma non siete napoletani (a tal proposito abituatevi a saltellare quando sentire cori come questo, così come quello ben augurante del Vesuvio che deve lavarci). Io credo che voi Higuain capirete Napoli da questo momento in poi e di sicuro la capirete molto più di quello che forse avete capito vivendoci. Capirete anche che le cose, le stesse cose, hanno pesi diversi a seconda di dove vivi. Leggo sui giornali che finalmente la sete di vittoria di voi Higuain sarà soddisfatta e che nell'ordine: a novembre vincerete il campionato, a gennaio la Coppa Italia e a marzo la Champions. Bene per voi. Alla fine siete dei professionisti e come tali bisogna considerarvi. Ecco il nostro errore più grande e che commettiamo da sempre. Quando ci innamoriamo, noi, ci innamoriamo senza freni. Consideriamo l'oggetto del nostro amore come parte della nostra storia. Parte di noi. E poi, come degli adolescenti alle prese con il primo grande amore, restiamo di m....da quando ci accorgiamo che quella storia che sarebbe dovuta durare per sempre in realtà è finita da tempo. Leggevo una dichiarazione di tuo padre che diceva che in fondo gli argentini sono italiani che parlano spagnolo. Aggiungo solo che ci sono diverse sfumature di italianità (fermo restando che per qualcuno noi nemmeno possiamo considerarci italiani e a tal proposito abituati anche a questi cori) e che forse comincerete a conoscerli (fermo restando il fatto che Torino è la città del Sud più a Nord e lo vedrai). L'altro giorno la Società e i tifosi hanno festeggiato i 90 anni. Tutti hanno lasciato un messaggio. Tutti tranne voi e questo mi fa pensare che OK i problemi con Delaurentis, OK che volete vincere e che con noi mai sarebbe successo, OK le promesse non mantenute ma forse qualcosa non è stato detto altrimenti....Altrimenti avreste scelto la chiarezza e la luce del giorno invece che il silenzio e il buio della notte. Altrimenti avreste scelto di salutare tecnico, compagni e tifosi invece che tagliare di netto con tutto e tutti. Ci sono modi e modi di far finire storie, contratti e passioni e io credo (e scusi per la franchezza), che voi abbiate semplicemente scelto quella meno rispettosa  e di sicuro anche quella che lascia trasparire l'assenza totale di sentimenti. L'assenza totale. Questa è ovviamente la mia opinione nata semplicemente valutando quanto visto. Ci sono persone che sanno come tagliare di netto un rapporto e altre, tipo me, che fanno fatica a farlo. C'è chi non ama guardarsi indietro nemmeno per un secondo e chi invece prima di andare avanti ha bisogno di capire e una volta capito, credimi, sono quelli che poi riescono a guardare molto più avanti di tutti. Caro NH, scusami per questo lungo messaggio ma ne avevo bisogno perché tu dici che i tifosi hanno capito chi è il colpevole di tutto ciò ma come ben sai in ogni storia degna di tale nome, oltre al colpevole, ci sono poi tanti personaggi che di certo non sfigurano di fianco a lui. Mucha suerte y forza Napoli sempre (come dicevi tu fino a qualche settimana fa). 

3.9.15

Non c’è nessun vero motivo alla base di quanto seguirà. È un bisogno. Spero alla fine non fisiologico.
Tempo fa, qualche annetto di sicuro, ho cominciato a scrivere un racconto (mai finito, tanto per cambiare), che avrei dovuto chiamare, una volta terminato, “Affrancatura semplice”. Una storia semplice appunto( le uniche che riesco a scrivere), che voleva essere una sorta di chiamata per tutti quei napoletani che vivono la loro città di riflesso. Ad ognuno di loro, durante la vita che erano riusciti a crearsi lontano dall’ombra del Vesuvio), sarebbe arrivata improvvisamente una lettera che li invitata o meglio ordinava di rientrare a casa, Napoli, per una serie di motivi che forse ora non è più il caso di elencare e che la memoria non ricorda.
Quell’ammasso di frasi è rimasto nel cassetto. O cassonetto, come dir si voglia.
Qualche giorno fa qualcuno via FB ha postato la lettera di una signora che elencava tutti i luoghi comuni su Napoli ma riusciva a volgerli tutti al positivo.
In molti si sono meravigliati di tale esperimento e qualcuno vorrebbe che la signora vincesse il Nobel per la fantascienza. 
Io non mi sono meravigliato affatto. Può l’acqua calda diventare stupefacente? Chi pipperebbe dalla caldaia o dal boiler? Ma torniamo alla missiva.
Ma quella lettera che tanto (o poco), clamore ha suscitato, non ha messo in moto un bel nulla in me se non farmi capire che era arrivato il momento per raccontare, dopo quasi 20 anni, il mio status di emigrante, in un momento nel quale purtroppo si vivono accezioni del termine molto più drammatiche.
Non lo faccio per avere dei like su FB, che non saprei nemmeno come utilizzare.Se poi qualcuno mi spiega dove si cambiano e quali premi posso avere in base ai Like maturati, mi farebbe un grosso favore. Tra i premi c’è il tostapane? Ditemi di sì. 
Ho un blog sul quale scrivo poco, perché forse ho poche cose da dire al mondo.
Ho un profilo social sul quale profilo poco. Anzi, sembra più un profilo di un asocial network. 
Diciamo che la ribalta non è una luce che mi affascina. 
Scrivo per liberarmi e fare spazio. Scrivo di questo perché forse è un cerchio che si sta chiudendo e non ho ben capito se io sono dentro o fuori quel cerchio. 
Non è un bilancio e nemmeno una resa dei conti. Scrivo dopo tanto tempo, non sapendo perché ho smesso e sapendo ancora meno perché ho ripreso.
È come quando una mattina, senza un apparente motivo, ti svegli anche se non hai ben chiaro che cavolo farai e dove cavolo andrai a parare.
Tutto qui.
La scena non è di quelle più originali di questo mondo ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a trovarne un’altra in grado di raccontare meglio quell’istante. E poi, a ben vedere, leggermente diversa dalle altre che abbiamo visto al cinema centinaia di volte, lo è. 
Mi spiego meglio. 
Prendete il classico fortino accerchiato, quello in genere costruito in mezzo al niente e tirato su in fretta e furia giusto in tempo per farsi accerchiare e non lasciare scampo ma scalpo, nella migliore delle ipotesi.
Quelli circondati, genericamente definiti bravi o fessi, in questo caso sono molti. Ma molti veramente. Sono ammassati (nel giro di poco tempo per alcuni di loro quelle “esse” lasceranno il posto alle “zeta”), spaventati, confusi. 
Hanno discreti viveri ma poche munizioni e siccome non le sanno usare(le munizioni dico mentre coi viveri se la cavano decisamente meglio), le hanno buttate tutte fuori dal fortino (le munizioni dico, i viveri quelli se li tengono ben stretti).
Quelli fuori, genericamente definiti in tanti modi, sono quattro gatti ma sanno esattamente cosa fare e dove colpire. Sono armati, ignoranti come sassi. Picchiano, sputano, sparano e urlano come se non ci fosse un domani. E fanno tutto questo nello stesso istante.
In quella landa desolata che poi landa desolata non è, si sentono solo loro. Quelli cattivi.
Anche perché la paura, anche se tanta, non si sente. La paura la si può vedere, sentire no. 
La battaglia dura da decenni se non secoli. 
Si combatte, ci si accoppia (in casi fortunati), si vive quello che la giornata offre e si tramanda. 
Quelli circondati tramandano la paura e la voglia di scappare.
Quelli fuori tramandano la faccia tosta e la voglia di prendersi ogni cosa con le buone o con le cattive. Ma sulle buone non sono sicuro che sia un’opzione attivabile.
Un giorno è toccato anche a me vivere quella battaglia. L’ho vissuta e combattuta per 25 anni circa. Le ho prese sicuramente, non ricordo di averle mai date e ho tirato avanti. Sono stato fortunato. Di certo sulla mia giacca non sarebbe finita mai nessuna medaglia ma intanto ero lì. 
Ricordo il profumo delle mazzate. Il sapore della vigliaccheria. I lampi di eroismo. A volte si vinceva semplicemente non perdendo.
Parlando la sera con quelli rinchiusi scoprivo che in molti, anche avendone la possibilità, non sarebbero mai andati via. Non avrebbero mollato il fortino per nulla al mondo. 
Assurdo. Non capivo. Li guardavo come si può guardare Salvini in qualsiasi contesto.
Io no, cavolo.
Io me ne sarei andato in ogni preciso istante. 
Non capivo quel fortino. 
Non capivo quella follia della resistenza. 
Non capivo che cazzo ci facevo io lì e accusavo i miei di avermi buttato in quella mischia più grande di me e di ogni cosa che sarei mai potuto diventare.
Non riuscivo a comprendere quell’accanimento terapeutico nei confronti di un luogo che stava morendo e che di lì a poco avrebbe portato con se tutti noi. 
Non serviva una mente eccelsa per capire che la battaglia era persa eppure si combatteva semplicemente restando lì e non mollando su nulla. 
Ma il tempo passava e quelli fuori diventavano sempre più cattivi e noi sempre più fessi.
A tal proposito, storia di vita vissuta.
Sono cresciuto con il consiglio di mio padre che spesso mi diceva:”Ricordati che a Napoli è difficile che per strada s’incontrino due fessi e uno sei sempre tu.”
Quel fortino, amici, era Napoli. 
Quelli circondati erano quelli sani. Quelli coraggiosi. Quelli in eccesso. Quelli silenziosi.
Quelli fuori erano quelli che Napoli la fanno a pezzi e che passo dopo passo prendono spazio, aria, credibilità e visibilità.
Anche io, uno dei tanti, ero alla fine destinato a combattere quella battaglia per sempre, come i miei e tutti quelli prima di loro.
Poi, un giorno, come in tutti i film del genere, un comandante cerca un volontario con il compito di scappare per portare a chissà chi un messaggio che in genere è sempre del tipo “non c’è più niente da fare”, oppure “servono rinforzi” oppure “Il Napoli domenica che ha fatto?”
Quel giorno, incredibile a dirsi, toccò a me e io scappai senza sentire nemmeno il messaggio che avrei dovuto recapitare.
Scappai cercando di sfuggire al nemico. Scappai senza voltarmi indietro. Scappai senza vergogna, perché stavo salvando la pellaccia. 
Ma non scappai solo da tutto quello.
Scappai anche da tutto quello che avevo difeso in tutti quegli anni. Lasciai sulla mia branda ogni pezzo di quello che ero.
Punto e accapo. 
Sono passati ormai vent’anni da quel giorno ma quell’odore di fuga continuo a portarmelo dentro. È un tanfo che ogni giorno bussa sempre più forte alla mia porta. 
Per anni ho vissuto facendo finta di niente. Pensavo fosse il vicino. Sono andato avanti  resettandomi. Integrandomi. Mai rinnegandomi, però, nonostante qualcuno possa pensare e credere il contrario.
Nella mia nuota vita, mi sono incazzato per i sanpietrini che con la pioggia saltavano via e per i pellegrini che la domenica bloccavano la capitale.
Successivamente mi inalberavo se il Po esondava o se in inverno cadeva poca neve e non potevo andare a fare la settimana bianca. Che poi chi l’ha mai fatta…
Di quel fortino, di quella battaglia, di quelli restati lì a combattere ho provato  a dimenticarmene. 
In fondo scappare era sempre stato il mio sogno e lo avevo realizzato. E poi idealizzato. 
Perché lentamente, invecchiando forse, sono riemersi come quei reperti archeologici che saltano fuori durante uno scavo della linea della metro. La polvere è caduta da tutti quei mattoni e quelle fessure che avevo lasciato lì e che in fondo erano lì ad aspettarmi.
Ho cominciato a ricordare quel fortino. Ho riscoperto quei volti restati in trincea a difendere un valore, una cartolina, una dignità costantemente attaccata e violentata. Li ho immaginati sporchi di polvere senza esserci in fondo mai caduti. Li ho visti con una dignità che mi ha fatto sentire un codardo. Perché scappare è semplice quando le cose vanno male. Restare e resistere non è da tutti. 
Eppure, anche se quelli restati lì non ci crederanno, quella battaglia io non l’ho mai davvero dimenticata. Ho continuato a combatterla da lontano. Ho continuato a difendere quelle fragili pareti ogni istante, quando qualcuno mi ricordava quello che ero o da dove venivo. Quel fortino l’ho portato in ogni luogo nei quali sono stato e non sono mai uscito da lì veramente. Per uno nato nel cuore di quel disastro da difendere è impossibile dimenticare. Mi sono mosso sempre in spazi limitati da qualcosa o da qualcuno. Spesso erano parole. Altre volte silenzi. O sguardi. Strette di mano solo ad invito. 
E riscopri, anche se non era necessario, che spesso fai parte di qualcosa che è altrove.
Noi, quelli circondati, veniamo alla luce con la certezza che per salvarci dovremo (momento che nasce esattamente dopo la comparsa del primo dentino), trovare il modo di fuggire. Altrimenti non c’è speranza e senza speranza non c’è futuro e senza futuro i verbi li puoi usare solo al presente, e mi dici come diavolo fare a progettare se puoi parlare sono all’oggi?
Qui, lontano da quella eterna baraonda, questa cosa non sanno nemmeno cosa sia, perché qui al massimo devono spostarsi da un quartiere all’altro. E in tanti non capiscono come tu, prima del treno, non abbia provato il bus. 
Noi no. Noi fuggiaschi nasciamo a forma di boomerang. L’unica differenza è che alcuni nascono con la forbice attaccata al cordone ombelicale e altri no. 
Tutto qui. 
Ma lo so, non c’entra nulla con tutto quello che quelli rimasti lì hanno provato. E provano. E di certo non voglio vantarmi di imprese che non ho contribuito a realizzare ma volevo che “quelli”, gli accerchiati, venissero a conoscenza che ogni volta che in Tv sento dell’ennesimo attacco respinto a quel rimasuglio di teste alte, mi sento orgoglioso.  E volevo che sapessero anche che ogni cosa nella vita ha un prezzo, anche la fuga. E si paga con una moneta poco appariscente e luccicante e non sempre accettata. 
Di quello che hai dovuto lasciare non frega niente a nessuno. Di quello che hai dovuto seppellire, idem.
Ma fa nulla. 
E volevo che si convincessero, anche, del fatto che un giorno arriverà veramente ad ognuno di noi una lettera nella quale ci ordineranno di tornare in quel fortino e di rifare il percorso inverso, nella speranza che anche le cose che ognuno di noi ha perso o ha doluto abbandonare, possano farsi ritrovare. 
Di certo quella lettera è partita con noi. Forse è il messaggio che dovevamo consegnare, chissà.
Forse è un modo come un altro per dire che siete molti di più di quelli ammassasi e circondati lì. 
Vincenzo P.



2.10.14

Creativi Bolliti

Puntata pilota.
Ieri ho aiutato un "nativo digitale" ad aprire una bottiglia d'acqua naturale senza usare app. Gli ho spiegato che se la bottiglietta fosse stata di acqua frizzante, non cambiava un cazzo. Mi ha ringraziato con un poke. 

23.5.12

Benvenuti in Italia. Cosa possiamo offrirvi? Una Coppa andrebbe bene, grazie.

La gente è pazza. Stadio Olimpico di Roma. Finale Juve-Napoli. Piove. Appena in stazione, un indiano senza pisello piscia per strada da steso. Record. Piove. Arrivo il albergo e poi si parte per lo stadio. Metro. Entriamo ma poi, cambiata idea, non riusciamo più a risalire. Dopo aver girato come sorci, ritorniamo un superficie giusto in tempo per la pioggia. Piove. Taxi. Zona stadio perché la polizia ha chiuso i varchi. Passiamo il ponte circondati da tifosi. Piove. Ritiro i biglietti gentilmente offerti e il gruppo si prepara ad entrare. Ai cancelli m'ispezionano un pacchetto di gomme una ad una. Piove. Entriamo. Non piove. Andiamo a mangiare qualcosa a scrocco. Torniamo ai posti senza trovare uno straccio di hostess che se non ti dice dove devi andare non è mica lostess. Soliti furbi che si siedono a cazzo. Gruppo di napoletani bardati da Juventini si avvicina e senza nemmeno guardare il campo, con una leggerissima cadenza campana, rivolgendosi alla curva dei napoletani dice: Munnezze!!! Rido senza muovere un muscolo anche perché la mia zona è bianconera che nemmeno ai tempi del cinema muto era così bianconero. Prima dell'inno la curva e la mia zona (Tribuna Montemario), ricordano ai supporter azzurri, con la stessa delicatezza delle hostess in aereo che ti mostrano il salvagente fregandosene altamente perché tanto stai sorvolando le Ande, che il Vesuvio ci deve lavare, ci danno il benvenuto in Itaglia, ci ricordano che loro non sono napoletani ma anche calabresi, siciliani e sardi e ci ricordano che i campioni dell'Itaglia sono loro (non so perché sento Itaglia e non Italia...). Parte l'inno e la parte napoletana fischia. Premesso che la trovo una cazzata fischiare l'inno ma bisogna solo ricordare che: A) lo canta Arisa e quindi viene spontaneo come dire.... B) Arisa è juventina e viene spontaneo come dire... C) in tribuna d'onore c'era Schifani. Non aggiungo altro. Inizia la partita dopo il minuto di silenzio interrotto ogni tanto da qualche genio che urlava: Napoletani siete delle merde! E da qualche genio azzurro che diceva la sua. la partita inizia. Mentre i secondi passano, io vi devo sentire, come il rosario alla messa delle 07:30 che il Vesuvio ci deve lavare, che siamo in Itaglia (scusate ma io continuo a sentire questo..sarà per il miscuglio di dialetti...), eccetera eccetera. Poi segna il Napoli e chissà per quale motivo i napoletani esultano. Non lavezzero mai fatto...Urla, spintoni, insulti...Poi il Napoli segna di nuovo e quei pazzi di tifosi che fanno? Esultano di nuovo! Degenerazione totale. Lancio di ombrelli. Bimbi piccoli che piangono e che i genitori cercano di tranquillizzare ma senza riuscire perché i tifosi juventini erano incazzati con quelli che avevano esultato, tipo il bimbo! E io osservo la scena e non capisco perché certa gente c'è. Perché non viene sostituita, così come avviene per i calciatori. E pensando pensando il Napoli alza la Coppa. Ultimi residui di odio sugli spalti e poi ognuno a casa sua. Ultimo episodio che vorrei ricordare è questo: sul ponte davanti allo stadio incrociamo un gruppo di juventini incappucciati e armati di spranghe (circa trenta persone, tra i quali riconosco il perito elettromeccanico, il postino, il chierichetto) che d'un tratto attraversa la strada e si lancia verso un gruppeto di circa 8 persone (tra le quali 3 pericolosissime donne), decisi a farli neri. Ma c'è un problema: sono juventini anche quelli. E allora come gli stormi che danzano nell'aria a fine giornata in estate, il gruppetto armato ritorna da dove era partito. Magari tornassero tutti lì. 

5.3.12

Ho bisogno urgentemente di una buona notizia.